Lucia

Di Samantha ne ho tre copie.
Ricordo ancora molto bene quel giorno quando, navigando su un nuovo blog ho visto quella foto e ne sono rimasto folgorato. È stata una combinazione di coincidenze. Quella foto, io che dopo dieci minuti vado con quella immagine salvata nel cellulare al negozio dietro l’angolo, loro che mi accolgono parlando di quell’occasione unica, solo per quel giorno: prendi tre, paghi due. E ho controllato bene, quell’offerta non l’hanno più riproposta.
La mia deformazione professionale che mi impone sempre di avere il backup del backup dei dati ha fatto il resto. Ho dato due anni di stipendio in un solo giorno, hanno fatto un lavoro incredibile, ancora migliore della ragazza originale e adesso ho tre Samanthe.
Non ho molta fantasia. Le ho chiamate Samuno, Samdue e Samtre. Le prime due vivono qui a casa con me, Samtre invece abita nella mia casa in montagna, vado spesso a trovarla.
Samuno ha un tempismo straordinario. Quando rientro a casa la sera dal lavoro la trovo sempre che si sta facendo una doccia o che ne è appena uscita e, qualunque sia la temperatura, indossa una vestaglietta leggera. Le si modella lungo il corpo facendoti sentire una drammatica nostalgia per aver coperto quella parte della sua pelle calda e liscia come raso.
Samtre, invece, ha un’espressione più malinconica, ma quando andiamo a camminare insieme di rifugio in rifugio in alta quota, si ferma continuamente per indicarmi ogni animale, dalla più piccola farfallina, allo stambecco sulle crode. E, vi garantisco, non se ne perde uno, sfoderando immancabilmente ogni volta la stessa meravigliosa espressione stupefatta che mi fa sciogliere. Quando rientriamo nella nostra casa di montagna ci concediamo sempre un bagno caldo e fumante insieme dentro la grande vasca, stanchissimi, e quello è il momento in cui mi assale il senso di pace che amo di più.
Samuno e Samdue non chiacchierano molto. Voi non ci crederete, ma molto tempo fa sono stato anche sposato e so bene come ci si senta ad avere l’udito martellato da un continuo ronzio di discorsi. Loro sono più discrete. Frasi semplici, senza trabocchetti, mai nei momenti inopportuni, sempre attente a non urtare la mia sensibilità e il mio amor proprio. E poi, potete immaginarvi le splendide serate passate con loro due.
Da un po’ di tempo non è più così. Non so cosa mi è preso quella volta. Ero con il mio amico Federico che prendevamo una birra e ad un certo punto mi ha candidamente chiesto:
“Non è che mi faresti provare una di loro?”
Lì per lì mi era sembrata un’idea eccitante. L’ho lasciato solo con Samdue, mentre io e Samuno ci siamo messi tranquillamente a sorseggiare un paio di amari. Ma poi, improvvisamente, mi è scattato dentro qualcosa e sono diventato furioso.
Da un paio di anni non vedo più Federico, e ho confinato Samdue a vivere in soffitta. Samuno le porta da mangiare. E io la vado a trovare solo raramente in serate come questa. Sempre lo stesso tipo di serate. Bevo una mezza bottiglia di vino in più, salgo le scale, entro in uno stato mischiato tra il confuso e l’adirato, poi inizio a schiaffeggiarla e a insultarla. Non so se lei provi qualche tipo di dolore vero, ma la sua pelle color perla arrossisce velocemente, i fumi dell’alcol si mischiano al suo profumo intenso e mi eccito in un crescendo dall’epilogo scontato.
Ora sto scendendo le scale, ho richiuso la soffitta. Di solito vengo colto da vaghi sensi di colpa che non so spiegare, oggi invece nessuna traccia, penso solo a Lucia.
Mi è venuta a trovare ieri. Le ho aperto la porta, non ci vedavamo dal Natale del 2045, quasi quattro anni fa. Non ho fatto nemmeno tempo a spalancare l’uscio che era già strettamente avvinghiata al mio corpo.
Lucia ha sempre avuto curve istintive. Seni pronunciati, di una morbidezza consistente, e un sedere dalla rotonda perfezione. Il suo abbraccio aveva risvegliato antichi ricordi. Tempi lontani della nostra gioventù in cui la sua ormonale presenza mi aveva fatto perdere ogni ragionevolezza. Ma a quei tempi non ero abbastanza per lei e con me aveva sempre adottato la tecnica del “desiderami che ti respingo”. Appena entrata, quella sua stretta affettuosa mi aveva risvegliato soprattutto l’istinto di desiderarla. Poi si era staccata con un sorriso e, abbassando lo sguardo, avevo osservato i suoi fianchi imponenti, molto più larghi dei miei ricordi.
Ci eravamo seduti sul divano in salotto, davanti ad un bicchierino di liquore e dopo veloci convenevoli sul tempo trascorso, era andata subito al nocciolo, calando con agio naturale sul mio ginocchio la sua mano dalle lunghe dita affusolate:
“Tu, Paolo, sono certa mi puoi capire. In giro non ci sono più uomini veri, sono tutti irrimediabilmente persi. Questa situazione non è più sostenibile, io non ce la …”
Le sue parole erano rimaste inaspettatamente sospese a lungo. Ero in attesa e all’inizio non capivo. Attraverso la porta semichiusa che dava verso il soggiorno doveva aver intravisto passare furtiva Samuno, io credo, perché la sua mano si era ritratta lentamente e si era creato un lungo momento di silenzio carico di imbarazzo. Non saprei nemmeno dire se mio nei suoi confronti, suo verso di me, o mio verso me stesso. Forse l’insieme di tutti questi.
Mi era sembrato che le si stessero inumidendo gli occhi e quasi per fermare quel fiume che montava dietro le sue palpebre, me ne ero uscito con una frase evidentemente poco felice:
“Lucia, hai mai pensato di andare a fare un giro in uno di quei negozi della I-Robot? Ce ne è anche uno qui dietro l’angolo. Tu devi vedere! Sono bravissimi! Fanno dei piccoli miracoli … ”
Mi aveva interrotto alzando la sua mano, girando il volto lontano da me trattenendo malamente una smorfia. L’avevo vista respirare a fondo, e, seguendo il movimento naturale del suo seno, ero stato preso nella morsa di una grottesca emozione contrastante tra il compiaciuto e l’imbecille.
Aveva cambiato velocemente discorso, sfoderando qualche battuta sui nostri vecchi compagni che non vedevamo da anni. Lei era maestra nello sdrammatizzare le situazioni. Poco dopo stava uscendo dalla mia casa, ma, mentre la salutavo, il suo corpo mi stringeva quasi fosse un addio e il suo trucco sembrava squagliarsi.
Quel suo abbraccio e quel suo trucco che le riga la sua guancia rosata, da ieri, si sono fermati nella mia mente, come quei bocconi di cibo troppo ingombranti che non si capisce se vogliano davvero scendere. Mi siedo sulle scale. Sopra Samdue sembra camminare nervosamente avanti e indietro, sotto, molto più in basso, Samuno guarda verso l’alto con un punto interrogativo non programmato dipinto sul volto e io, dentro di me, sento una specie di vuoto che non riesco a comprendere.

A Natale tutti sono più buoni

Petra era una ragazza molto carina. Quando l’avevamo conosciuta ad una cena tra amici, mia moglie Carla si era accorta subito di quanto io ne fossi rimasto affascinato. Non era la prima volta che mi facevo prendere da un’altra donna durante il matrimonio e ormai Carla se ne era fatta una ragione, a modo suo. Mi lasciava fare per un po’, poi appena vedeva che la mia amicizia si approfondiva troppo, entrava in azione e smontava colpo su colpo ogni mia velleità, stringendo e accorciando il mio guinzaglio ogni giorno di più, fino a far svanire ogni mio desiderio.
Con Petra fu diverso.
Non era solo bella e solare, aveva un modo di fare dolce, sincero, e ammaliava tutti con la sua voce calda mentre parlava un italiano perfetto senza sbavature. E, quando appoggiava con naturalezza le sue curve afferrando il mio braccio, non lo nascondo, mi risucchiava via ogni  forma di razionalità.
L’avevo frequentata per un mese circa, assiduamente. La scusa era che nel gruppo dovevamo discutere del referendum appena chiuso, che dovevamo seguirne gli sviluppi e commentare ogni passaggio che ne sarebbe derivato. Ma, ovviamente, la verità era che uscivo da solo con lei e Carla lo sapeva. Carla sa sempre tutto. E vedeva nei miei occhi una luce intensificarsi ogni giorno di più. Ormai vivevo la mia giornata solo in funzione dell’incontro con Petra. Anche se, mentre uscivo di casa fingendo la solita disinvoltura, sbirciavo di traverso l’occhio sornione e beffardo di Carla che sembrava dire: “Le nostre condizioni le conosci bene. Mi lasci tutto e puoi seguire tutte le strade che desideri.”
E, questa volta, non lo nego, per Petra avrei anche potuto farlo.
Ma poi arrivò quel lunedì, qualche giorno prima di Natale. Petra aveva buttato lì una frase senza pensarci. Mi aveva ferito quel suo improvviso rivendicare il diritto di sentirsi libera nelle sue relazioni, di essere ancora giovane e di potersi godere la vita con chiunque incontrasse i suoi gusti. Li conoscevo bene quei ragazzotti tutto muscoli dei quali a lei piaceva circondarsi. Diceva che erano solo amici, che erano solo persone con cui le piaceva confrontarsi intellettualmente. Sì! Credici! Alla fine, anche lei, era come tutte le altre donne. Incapace di dare il giusto valore alla loro amicizia, alla loro intensa relazione, incapace soprattutto di volermi con l’intensità con cui io la desideravo.
Così un paio di giorni dopo ne parlai con Carla. Francamente. Ritrovammo subito l’intesa. Discutemmo un po’ vagliando le possibilità. Ma noi sappiamo bene che a Natale tutti sono più buoni. E così, mentre io e Petra passeggiavamo romantici un’ultima volta lungo il sentiero buio dei giardini vicino a casa, quando la sua testa incocciò la pietra che Carla le aveva velocemente scagliato da molto vicino, lei cadde al suolo con dolcezza ed eleganza e perse i sensi. E poi, più tardi, noi la tagliammo e, quando era ancora fresca, la cucinammo. Quella sera e i giorni seguenti innaffiammo l’ottimo goulash che ne venne fuori con il miglior chianti della nostra cantina e ci perdemmo in mille ebbre risate fino a dimenticare il suo stesso sapore.

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Un tempo si decideva sull’aborto

Quando avevo immaginato di cominciare a scrivere in questo blog mi ero ripromesso che non avrei parlato di politica. A distanza di due anni possiamo dire che il buon proposito è stato mantenuto, anche se, statisticamente parlando, una volta all’anno, casualmente sempre in autunno, mi capita invece di parlare della politica. Si potrebbe immaginare che io stia per rivelare quale voto esprimerò tra qualche giorno andando alle urne. Temo non sarà così, perchè in una certa misura non è nemmeno ancora certo cosa voterò. Posso solo dire che “andare alle urne” è una frase carica di armonia ed evocazione e quindi ai seggi ci finirò.

Credo di aver avuto quindici o sedici anni quando i miei genitori sono stati chiamati a dare un giudizio dirimente sull’ammissibilità dell’aborto. Anni prima lo avevano fatto anche sul matrimonio. Per loro e per gli italiani si era trattato di una sorta di percorso a tappe per cambiare nel profondo i costumi e la cultura della nostra nazione. Sulle scelte di allora io non ho avuto nessun peso ma un po’ ricordo l’atmosfera che si viveva. C’era soprattutto la sensazione di decidere qualcosa di importante. Da allora sono sono state molte le battaglie importanti che i promotori referendari hanno fatto loro: si è cercato di decidere se era lecito il finanziamento dei partiti, se potevamo avere centrali nucleari, se l’Enel poteva avere centrali nucleari all’estero (le centrali nucleari piacciono 🙂 e per questo ne teniamo molte ad agghindare il bordo dei nostri confini), se i cacciatori avevano veramente diritto di passeggiare nelle campagne altrui, sul numero di miglia marine oltre le quali poter costruire le stazioni di pompaggio di carburante, … Cose così.

In questo periodo contemporaneo avevamo avuto di nuovo la sensazione di poter votare qualcosa di importante. La politica moderna tuttavia è riuscita anche questa volta nell’intento di annacquare le nostre potenzialità. Mi hanno fatto crescere nella convinzione che “sfortunatamente” i nostri referendum non sono propositivi, ma solo abrogativi. Non stiamo parlando di qualche anno, intendiamoci, parliamo di tutta la mia vita intera. La mia e quella di molti altri. Vite passate nella convinzione che non si potesse veramente proporre qualcosa di importante da far decidere al popolo. La repubblica italiana, i padri costituenti, non avevano previsto questa possibilità. E non basta. Eravamo vissuti nella convinzione che un referendum se non raggiunge il quorum di votanti non serve a niente.

E oggi invece? cosa mi dicono?

“No, caro Paolo, sei un elettore che non ha capito niente! È ovvio! Se vuoi decidere se un cacciatore può violare un campo agricolo non recintato hai bisogno che altri venticinque milioni di italiani vogliano cancellare un capoverso da una oscura legge. Ma se invece ti è saltato in mente il ghiribizzo di cambiare tutto, allora sì puoi cambiare una qualche leggiucola, che ne so, la Costituzione, toglierle un po’ di quella muffa che si è accumulata in questo dopoguerra troppo prolungato e poi, non c’è problema, bastano altri due gatti a votarla assieme a te che tutto è fatto. Semplice no?”
“In fondo, caro Paolo, non ti vorrai mica mettere a fare il sofista sul fatto che non ti abbiamo lasciato decidere un cazzo per il resto della vita? La vuoi o non la vuoi cambiare in meglio quest’Italia.”

E a queste convincenti posizioni cosa potevo rispondere se non un:

“Ciumbia! Certo che voglio cambiare l’Italia in meglio!”

“Ah, bravo!” – mi dicono – “E ora ascolta qua.” – continuano – “Se sopprimiamo il Senato e qualche articolo, sì è vero cambiamo tutto, ma è troppo semplice. Si accorgerebbero tutti che vogliamo risparmiare, velocizzare lo stato, rendere lineari i processi decisionali e basta. Meglio portare da 9 a 438 le parole dell’articolo 70 con ben 12 rimandi ad altri articoli cosicchè non si capisca proprio tutto e poi magari, invece di dire gli ambiti di competenza legislativa delle regioni, che così ormai sappiamo che non funziona, proviamo a dire quelli della Camera, così, con un po’ di culo, ci andrà meglio. Che ne pensi?”

“Mah ” – rispondo timidamente – ” … mi sembra interessante … ma semplificare un po’ di più, non si può proprio fare?”

“Cazzo! Non capisci proprio niente!” – mi dicono perentori – “Abbiamo anche fatto che possiamo votare in quattro gatti e ti cambiamo l’Italia, e ancora niente. Sei il solito cazzone che non sai mai deciderti. Facciamo così. Semplifichiamo ancora. Facciamo che se voti sì allora è come se confermassi la carica dell’attuale Presidente del Consiglio, così, con un po’ di fortuna, non c’è nemmeno bisogno di andare a votare alle prossime politiche. Dì che siamo fighi!”

“Siete fighi! Vado sìcuramente a votare!”

Esco da questa illuminante discussione che finalmente mi sembra chiaro come sono cambiati i tempi da quando si votava per decidere sull’aborto. Sono sempre un po’ confuso, perchè vorrei davvero cambiare l’Italia, e in più mi sento dentro una specie di gabbia. Ero convinto che il popolo italiano si fosse espresso per il divorzio molto molto tempo fa, ma il nostro matrimonio con questa politica stanca e senza stimoli non accenna a potersi incrinare. È tutto proprio come in quelle relazioni che si trascinano nella insulsa consuetudine in cui uno dei due coniugi impone all’altro tutte le peggiori dinamiche, minacciando un abbandono che per noi sarebbe solo una salvezza.

Mi chiedo come mai non ci sia nessuno che semplifichi davvero, qualcuno che scriva nella costituzione italiana un articolo che dica “le leggi dello stato non possono rimandare ad un’altra legge, devono essere autoconsistenti”, qualcuno che dica se Senato non deve essere Senato non sia, se questo o quell’ente non influenza nel bene la nostra vita di cittadini allora muoia. Perchè siamo obblligati a tenerci un coniuge che da cinquantanni ci tiene chiusi sempre di più nella povertà coltivando sempre di più i suoi interessi? È davvero così difficile trovare forme e persone attente maggiormente alla missione piuttosto che alla professione del governante? Qualcuno che non confonda costantemente la sacrosanta locuzione latina “Ora pro nobis” in “Dona pro nobis”? Se pensassero veramente alla loro missione potremmo pagarli pure di più.

Diversamente eroina

Aveva poche decine di minuti prima di iniziare il suo turno allo sportello. Doveva cercare nuove irregolarità, vere o presunte che fossero, non era importante, non ci sarebbero state differenze. Se la ricordava bene l’ultima generosa una-tantum: un premio accuratamente calcolato con una formula a partire dal numero di cartelle esattoriali che aveva fatto uscire l’anno prima.
Per cui, selezionando qua e là qualche codice fiscale, pregustò l’arrivo del nuovo anno.
Il lavoro allo sportello era difficile, ma le riusciva naturale. Proprio per questa sua abilità aveva fatto un po’ di carriera. Selezionò la maschera muro di gomma e si mise davanti alle persone, spingendo il pulsante e alzando i suoi occhi annoiati al rosso display che sanciva il numero fortunato del prossimo utente.
Il primo era un omone grezzo e accigliato, partì con uno stentato italiano rivendicando ingiustizie subite e continuò tuonando in un crescendo dialettale sfiorando l’insulto. Alle sue urla lei reagì con indifferenza, scuotendo la testa e spingendo un po’ più avanti il suo busto. E l’uomo calò il tono con lo stesso ritmo con cui scese il suo sguardo. Se ne andò scontento continuando a imprecare ad alta voce dentro se stesso.
Seguì una donna, una commercialista. Con loro ci si intendeva facile. Erano tutti parte dello stesso ingranaggio. Veniva per conto di un suo cliente a cui era stato contestato il mancato pagamento delle rate di un’altra cartella. La posizione invero non mostrava anomalie, ma fu facile convincere la commercialista che sarebbe stato un equo scambio riconoscere sì i pagamenti, ma tenere la multa per imprecisati errori formali.
Fu il turno di un signore distinto. Alto e brizzolato. Il viso profondamente triste. Provò a spiegare che i soldi non ce li aveva. Supplicava. Lei sbirciò a terminale la sua posizione. Un debito con lo Stato non elevato, ma da quattro anni non vedeva stipendio, e le sanzioni crescevano. Prima di quella tristezza doveva essere stato un bell’uomo, per questo fece uscire la frase di circostanza ripetuta già mille volte accompagnandola con un bel sorriso. Lo salutò con tenerezza, mentre un vecchio dietro di lui già incalzava.
Finse di ascoltare l’anziano, che si lamentava delle tasse sulla sua pensione, ma il suo sguardo seguì il lento incedere dell’uomo. Lo vide uscire, fare qualche passo ancora, finché gli si fece vicino una donna. Le sembrò di essere in un cinema di seconda visione. Il suo campo visivo era coperto in gran parte dal volto rugoso del vecchio ciarliero, ma a fuoco vide solo la donna porgere un borsello all’uomo. Parole tra loro. Si protese calda a stringerlo tra le braccia. Rimasero così forse trenta secondi, poi lei si voltò, una mano nella sua e si girò di lato per allontarsi, ma il suo braccio si tese sempre più, perché lui non si muoveva. Estrasse invece qualcosa dal borsello, se lo puntò alla testa e crollò come un sacco vuoto.
Il resto del giorno fu confuso.
Era prevista una sessione di lavoro pomeridiana. Un importante dirigente doveva presentare i nuovi obiettivi da raggiungere. Era alto e mentre parlava di profilo guardando ora lo schermo, ora la platea, il suo ventre piatto faceva intravedere sotto la camicia aderente una malcelata tartaruga. Le sarebbe piaciuto essere la sua segretaria.
Il dirigente parlava delle nuove strategie. Non era grave far uscire cartelle pazze. Il ventisette percento dei contribuenti pagava comunque anche senza avere torti. Bisognava solo stare molto attenti e selezionare i contribuenti con disponibilità economiche commisurate alle multe e su quelli concentrare gli sforzi per la nuova campagna.
Arrivò il momento delle domande finali, dopo gli applausi per l’avvincente presentazione. E non seppe nemmeno bene perché le uscì quella stupida domanda.
«Ma voi? Che cazzo ci dovete fare con tutti ‘sti soldi?»

Il metalinguaggio dei blog

Ad intervalli più o meno regolari, man mano che si sviluppa la mia timida esperienza in questo mondo fatto di post nello spazio virtuale dei blog, mi piace inserire qualche riflessione sulle sensazioni e sui pensieri che si sviluppano dentro di me su questo tema. E, a dire il vero, ogni tanto, mi piace anche scrivere degli articoli volutamente assai oscuri, per cui non sorprendetevi se questo post risulterà completamente incomprensibile.

Molto tempo fa, proprio agli albori della mia carriera blogamica, su un sito che ora seguo ancora anche se un po’ meno assiduamente, si celebrava uno di quegli eventi ben segnalati da WordPress quando si raggiungono i multipli centenari di follower. Ricordo bene che in un commento a quel post avevo cercato di esprimere un concetto che in quel momento mi sembrava riassumere l’estrema sintesi di quello che percepivo: ogni blog era un luogo dove gli avventori si raccoglievano e il padrone di quel blog era il fuoco sulla spiaggia intorno a cui tutti si radunavano. Più splendeva quel fuoco, più ricca era la folla di avventori.

A distanza di oltre un anno non mi sento di rivoluzionare quella percezione, anche se, come spesso accade nella vita, l’esperienza può mutare profondamente l’interpretazione che noi diamo di ciò che ci circonda. Oggi sono fermamente convinto che ogni blog abbia due facce: una evidente, comprensibile, aperta alla lettura di tutti coloro che vi si avvicinano, un’altra nascosta e profonda fatta di insignificanti briciole che il padrone di quel luogo lascia, anche involontariamente, dietro ogni post. Briciole per se stesso e per gli altri.
Ogni blog ha i suoi temi, il suo stile, le sue forme di comunicazione e di linguaggio. Ogni post ha il suo messaggio, la condivisione di un particolare stato d’animo o evento o pensiero. A volte espressi chiaramente, a volte celati da una storia apparentemente generalista ed impersonale.
Ma sotto traccia c’è spesso un percorso parallelo, quasi una sorta di metalinguaggio che scorre molto lentamente di articolo in articolo, di commento in commento, di storia in storia, di emozione in emozione, di sorriso in sorriso in un percorso che rivela qualcosa di più profondo di qualsiasi post.

Non tutti questi angoli virtuali hanno la stessa forza, la stessa abilità nel nascondere qualcosa nel metalinguaggio, nel tracciare la propria storia. Spesso, proprio dove lo sviluppo degli articoli è meglio definito e sistematico, lì l’originalità del meta percorso, il contributo dell’animo del singolo è meno presente e meno originale. E spesso, proprio dove è più vivido il fuoco che alimenta lo spazio virtuale, lì si finisce per perdere di vista l’altra luce profonda, quella che forse ha originato tutto, ma che con il tempo ha lasciato il passo a qualcos’altro.

Mi chiedo spesso perché, come lettore, preferisco questo mondo dei blog rispetto agli abbandonati ragni sociali come facebook e compagni. Un tempo pensavo che questo dipendesse più dai fuochi intensi di alcuni blogger. Oggi, a due anni circa da quando ho iniziato a sondare questo mondo, sono invece convinto che la mia passione deriva dalla percezione che in questo spazio si possano trovare indizi e piccole certezze sul fatto che con alcune persone, anche completamente sconosciute, si può condividere davvero tanto. E’ un sottile gioco di metalinguaggi e potenzialità, che non deriva la sua forza dal numero di follower, di commenti, di dichiarazioni di simpatia. Deriva tutto da qualcosa che accomuna in un filo sottile e impalpabile i pensieri e le emozioni di alcune persone.

Non sapere dove si è

Non vorrei sminuire il mio ruolo in questo universo, ma, in tutta onestà, non può che essere assai ininfluente. Tuttavia, quando come questa sera entro in un autogrill e sto per ordinare una semplice tagliata con rucola e aceto balsamico e la signora che mi deve servire, prima ancora che io apra bocca, mi guarda dritto negli occhi aprendosi in un sorriso quasi materno e mi dice lentamente, solennemente, con un tono che sembra uscire dal profondo di lei:

–  Lei è uno di noi! – e strizza gli occhi per accentuare il suo sorriso

Non è una frase e un tono  proprio dell’oste che accoglie il suo avventore. E, giuro, non ho la minima idea di cosa scorra nella sua mente, di cosa intenda con il mio appartenere a qualcosa. Era anche molto tempo che non mi fermavo in questo autogrill, ma, nonostante tutte queste negazioni, non riesco a non pensare di fare parte realmente di qualcosa che non capisco, ma sicuramente è molto vasto.
E l’aggettivo vasto è grezzo e immenso allo stesso tempo. È un aggettivo un pò magico. E allora mi fa piacere essere lì dove questa signora crede che io sia.

Black-out

Francesca osservava concentrata il volto di Stefano. Il sole arrivava di taglio a scandire gli zigomi asciutti del suo grande viso. Sembravano tirati in un accenno di sorriso, mentre scrutava divertito e quasi compiaciuto il movimento all’interno del bar dove stavano bevendo lentamente il loro aperitivo. Stefano era il ragazzo di Elena, la sorella di Francesca. Insieme l’avevano accompagnata un paio di ore prima e ora la stavano aspettando in quel locale, lì di fronte allo stabile un po’ datato ma elegante che ospitava il suo provino.

Stefano si sporse un po’ in avanti con lo sguardo ancora rivolto verso la sua sinistra e prese a dire:

  • Elena troverà concorrenza agguerrita, oggi. Sarà difficile vincere. Qui le ragazze sono tutte uno schianto. – Francesca distolse gli occhi dal volto di Stefano e ne seguì la direzione, mentre lui continuava. – Lei lo sapeva. Per questo ci ha voluti qui con lei, per farle coraggio. –

Lo sguardo di Francesca incrociò quello intenso e luminoso di una ragazza che guardava verso di loro con una minigonna cortissima, le gambe lunghe e affusolate che sembravano risalire verso l’alto seguendo i suoi capelli nerissimi e lucenti, e un’espressione sapientemente misurata tra il languido e lo spregiudicato. I muscoli del viso di Francesca, fuori dal suo controllo, si predisposero automaticamente ad un atteggiamento aggressivo, quasi di rabbia. Sembrò esserne colpita e si affrettò a riportare lo sguardo di fronte a sé. E lì l’espressione del suo volto mutò ancora velocemente, sorpresa dagli occhi azzurri di Stefano, che aveva a sua insaputa già abbandonato la perlustrazione del locale e la stava fissando intensamente.  Il cielo fuori si era fatto cupo. Le previsioni del tempo avevano anticipato l’arrivo di una intensa perturbazione, ma nessuno si sarebbe aspettato che in pieno ottobre sarebbero arrivati tuoni e fulmini così repentinamente. Il sole fendeva ancora l’interno del locale, ma sembrava quasi che il temporale in arrivo stesse applicando un filtro alla sua luce e gli occhi di Stefano spiccavano come saette. E il suo sorriso si era fatto sornione.

  • Elena sa il fatto suo. – riprese Stefano, sfiorando leggermente la sua mano. – Quando c’è da tirare fuori la grinta dà il meglio di sé. –
  • Cosa dici se ci avviamo e le andiamo incontro? – chiese Francesca, annuendo con la testa alla affermazione precedente .
  • Buona idea! Pago e le andiamo incontro –

Francesca osservava Stefano mentre era in coda alla cassa. Il suo elegante vestire e i suoi movimenti misurati e armonici rendevano insolitamente leggera la portanza del suo corpo modellato dalla frequentazione delle palestre e la sua voce sempre gentile, ma energica, dava alla sua presenza un senso di sicurezza quasi ancestrale. Pagato, si avviarono veloci attraversando la strada, mentre le prime gocce di pioggia pesanti già punteggiavano l’asfalto. Arrivati allo stabile, Francesca, appena davanti a Stefano, ancheggiò dolcemente per assecondare il movimento della porta girevole dell’ingresso, con la stessa leggiadria che Stefano conosceva bene. Francesca ed Elena erano proprio sorelle, stessi lunghi capelli carichi di riccioli naturali e ribelli, la pelle del viso radiosa senza imperfezioni e un corpo sinuoso ma discreto dalle proporzioni perfette. Appena entrati arrivò il messaggio di Elena: «Finito! 🙂 Qui sopra al quinto piano c’è una caffetteria. Venite ke prendiamo qualcosa? Vi aspetto all’ascensore»

Attesero il vecchio ascensore, affiancati. Stefano allungò affettuosamente il braccio a cingere la vita sottile di Francesca e fece finta di non accorgersi del suo piccolo sussulto quando l’aveva sfiorata. Entrarono. Fuori c’era già il finimondo, tuoni e fulmini come in piena estate, e nessuno avrebbe potuto immaginare che quell’ascensore si sarebbe fermato per più di un’ora a metà strada, due piani più in alto, a causa del black-out di quel giorno.

Il mondo dal basso

La vedevo passare quasi tutti i giorni alla stessa ora, circondata dalle sue amiche. Il loro vociare concitato mi sferzava come una folata di vento frizzante e mi avvolgeva completamente svegliandomi dal torpore della mia mattina serena e incolore.
La via che portava a Piazza San Pietro, in quelle giornate di sole settembrino, era immersa in una luce particolare e sembrava quasi di respirare una atmosfera di cambiamento e di speranza. I turisti, sempre molto numerosi, apparivano un po’ meno turisti, meno accaldati e più attenti alle meraviglie dell’Urbe, e a tratti si confondevano con i cittadini ormai intenti ad affrontare il lungo periodo dell’anno che separa le ferie dalle ferie.
Le quattro ragazze erano sicuramente studentesse universitarie. Non avrei mai potuto indovinare la facoltà che frequentavano. In tutti i loro discorsi, fitti di risate e gridolini, le uniche certezze erano i commenti corali su questo o quel ragazzo su cui immancabilmente si perdevano a pontificare. Erano tutte e quattro molto belle e sprintose, vestite alla moda e variopinte, riflettevano fulgidamente la luce del sole che sembrava illuminare solo loro. Erano belle, ma lei era particolare. Aveva dentro di sé qualcosa che ai miei occhi era stata evidente fin dalla prima volta che avevo incrociato il suo sguardo. Non mostrava curve sincere e  piene come le sue amiche, ma muoveva con armonia un portamento che nasceva dalle caviglie e si propagava dalle gambe proporzionate e flessuose, lungo il busto gentilmente maturo, fino al collo sottile e lucente  e poi al viso radioso e sorridente. A creare quel fascino particolare non era nemmeno il colore ramato e mosso dei suoi capelli che risaltava a fianco delle chiome scure delle sue amiche. Dal basso, dal mio punto di vista, la perfezione ti coglie pungente e quando la incontri la tua vita non è più la stessa. Sono un grande conoscitore di persone. Ne vedo passare a migliaia, da anni, tutti i giorni. Ma una ragazza come lei, garantisco, non si era mai vista.
Attendevo tutta la mattina quel momento e, puntualmente, non rimanevo mai deluso.
Anche quel giorno avevo sentito le loro voci da lontano. Quel dì l’argomento concitato del loro vociare sembrava essere un certo Giovanni, che veniva scandito ora dall’una ora dall’altra con lo stesso fervore che avrebbero riservato al cospetto del dio Apollo. Tenevo gli occhi chiusi e cercavo di immaginarla. Non pensavo al suo aspetto fisico, a come poteva essere vestita, ai riflessi del suo corpo alla luce di quella giornata azzurra limpidissima. Ero concentrato sulla sua presenza, mi pareva di percepire chiaro il suo avvicinarsi, come se la sua anima e il suo portamento occupassero le dimensioni dell’universo a me vicine. I miei sensi non erano in grado di sondarle, ma la mia essenza era pervasa dalla sua presenza.
Ora erano vicine. Aprii gli occhi e alzai lo sguardo verso di loro, sicuro di quello che avrei visto. Quel giorno era più intensa di sempre, radiosa e spigliata, sicura di sé e aperta alla tenerezza. Mi soffermai un attimo più del solito, perso ineluttabilmente in una contemplazione quasi spirituale.

La ragazza dalla chioma ramata dipinse sul volto una specie di sorriso dolce e divertito e con le braccia strinse a sé due delle tre amiche che la circondavano.
– Ragazze! – disse in tono sottovoce, ma deciso, richiamandole a sé e prolungando l’attesa prima di continuare la frase fino a quando tutte e tre furono strette con i loro volti a ridosso del suo – Vi siete accorte quanto giovane era e come erano intensi gli occhi azzurri del barbone che abbiamo appena superato? –

Guardando un tramonto

Qualche giorno fa ero fermo in autogrill. Motore spento. Dovevo ripartire, ma iniziavo a sentire  il bisogno di riposare. La stanchezza era così forte che all’inizio non mi ero nemmeno accorto del tramonto che avevo davanti agli occhi. Dagli autogrill i tramonti hanno un fascino particolare. Non sono belli. Nemmeno un po’. Ma sono carichi di contrasti.
Da dove ero posizionato, seduto al posto di guida, vedevo distintamente tutti i tir che sfrecciavano in un senso e nell’altro. La luce del giorno iniziava ad essere assai debole, e ogni costruzione dell’uomo, stancamente assiepata vicino all’autostrada, assumeva l’essenza della sua malinconica tristezza. Dietro a tutto, oltre l’orizzonte, i colori erano spettacolari. Dal rosso intenso, quasi sanguigno, si saliva lentamente fino all’azzurro ceruleo, prima di tuffarsi sopra la mia testa nel blu notte.
Pensavo a tutto quello che ha costruito l’uomo, alla malinconia che alla lunga porta con sé. E pensavo che tutto sta fluendo su binari precostruiti … della ferrovia, dell’autostrada, del mondo web, poco importa. I solchi sono tracciati. Eppure anche proprio lì dov’ero, dove la regola è semplice, “stai parcheggiato e vai a prendere un caffé per ripartire”, c’era tutto l’Universo, sconfinato.
Riflettevo ad una cosa che avevo scritto recentemente da queste parti sul modo di dire latino “tabula rasa” e sul fatto che oggigiorno non ci sono più luoghi e modi per ripartire da zero senza condizionamenti.  Stiamo perdendo progressivamente ogni controllo, dentro una dittatura che sta imparando con sempre maggior maestria a mascherare la coercizione sotto la forma di una apparente  libertà. E mi chiedevo, come faremo quando ci accorgeremo che quello che facciamo è tutto guidato e controllato, cosa faremo quando ci saranno persone ricche che prolungheranno la loro vita sostituendo i loro organi andati a male attraverso dei perfetti cloni di loro stessi, cosa ci lasceremo fare quando gli scienziati saranno sostituiti nel loro lavoro da programmi informatici e supercalcolatori che instancabili produrranno scoperte con centinaia di anni di anticipo rispetto all’opera dell’uomo?
Il cielo azzurro del tramonto con le sue stelline luccicanti trasmigra nel blu notte con una eleganza mozzafiato.